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martedì 30 luglio 2013

"Immaginate di essere nel periodo Cretaceo" (Alan Grant)

In una delle scene iniziali della pellicola a dinosauri più famosa degli ultimi vent'anni il paleontologo protagonista apostrofa un ragazzino relativamente lungimirante ma indisciplinato.
Ma come sarebbe l'impatto fisico che avremmo "visitando" il nostro mondo durante il Maastrichtiano?
Il primo shock lo avremmo a livello di ventilazione, infatti dovremmo fare i conti con un aria altamente ossigenata, e di conseguenza i nostri primi respiri nel mondo del Mesozoico ci farebbero bruciare i polmoni, come se venissimo al mondo una seconda volta.
Superato questo primo ostacolo, mentre il respiro ed i battiti cardiaci ritornano ai livelli standard, sentiremmo sul viso un aria pregna di umidità accompagnata da elevate temperature.
Con i vestiti già appiccicati alla nostra pelle i nostri sensi sarebbero colpiti da numerosi stimoli:
Potremmo udire il canto ed i richiami riecheggianti tra gli alberi di diverse specie di uccelli (e altri dinosauri alati) senza però riuscire a vederli, il nostro sguardo sarebbe sintomatica attratto da macchie colorate nel verde più intenso circondate da nugoli di insetti atti ad impollinare i fiori e con un po' di fortuna potremmo osservare alcuni dei primi alberi da frutto che il nostro pianeta abbia mai ospitato (i più coraggiosi potrebbero provare anche ad assaggiare i frutti ma nessuna agenzia di viaggio consiglia questa pratica).
Dopo tale sbigottimento l'afa e la disidratazione conseguente la sudorazione ci spingerebbe a cercare una fonte d'acqua dolce che, con un minimo di arguzia, potremmo trovare seguendo il volo di alcune grosse libellule dai colori sgargianti che si corteggiano e si riproducono presso acquitrini e paludi.
Il nostro primo incontro con la fauna vertebrata locale avverrebbe proprio in procinto di uno specchio d'acqua dove diverse tartarughe fanno capolino cercando di accaparrarsi i raggi del sole che oltrepassano la volta verde sopra le nostre teste.
Mentre ci rinfreschiamo con l'acqua più pura che abbiamo avuto l'onore di toccare durante l'intero arco della nostra vita sarebbe saggio controllare che non ci siano coccodrilli intorno a noi, prestando occhio anche a quelli che sembrano tronchi galleggianti nonostante gran parte della attenzione possa comprensibilmente essere monopolizzata dagli stimoli uditivi.
Dopo questa sosta rigenerante potremmo procedere al di fuori di quest'area densamente alberata attratti da quelli che potrebbero sembrare profondi muggiti, e scostando la vegetazione che ci ostruisce la visuale, sulla quale si spostano grosse lumache, arriveremmo in una vasta radura dove, con un tonfo al cuore, balbetteremmo "È un dinosauro" di fronte ad una manciata di grossi Ceratopsidi totalmente disinteressati alla nostra presenza.
Adesso potete sfiorare il vostro Triceratops.

Sotto- Impressioni della pelle di Triceratops

sabato 27 luglio 2013

Torosaurus utahnensis

Ultimamente a causa di una serie di eventi mi sono (re)interessato all'idea del "Toroceratops" (argomento sul quale avevo già speso una manciata di parole nel post "Evoluzione Chasmosaurina... o No?") , ossia la teoria secondo la quale Torosaurus altro non sarebbe che una forma pienamente matura di Triceratops proposta nel 2010 dai paleontologi Horner e Scannella (senza dimenticare Nedoceratops, considerato come forma ontogenica transazionale).
Nel loro studio i paleontologi restano a livello generico, senza fornire spiegazioni riguardo a quale specie di Triceratops siano riconducibili gli esemplari maturi etichettati come Torosaurus (a rigore di logica direi T.horridus), e senza addentrarsi nel sottobosco specifico dei due generi.
D'altro canto invece la mia curiosità mi ha spinto ad indagare su di un numero maggiore di taxa tutti considerati a livello subgenerico, ossia Triceratops horridus, T.prorsus, "Eotriceratops" xerinsularis ( qui il motivo) e naturalmente Torosaurus latus e T.utahnensis.
Al termine di questa personale ricerca non sono giunto a nessuna conclusione "nuova" od innovativa, ed anche il mio personale pensiero riguardo l'intera faccenda non è cambiato, restando in accordo con l'articolo di Longrich e Field (2012) secondo cui Triceratops e Torosaurus siano taxa ben distinti.
Tuttavia ho trovato particolarmente interessante la specie meno conosciuta del genere Torosaurus, sulla quale farò un po' di chiarezza in questo post.
Descritto nel 1946 da Gilmore (originariamente "Arrhinoceratops" utahnensis) sulla base dell'olotipo USNM 15583 proveniente dalla North Horn Formation (Utah) è noto tramite lo squamosale destro, lo jugale, l'osso quadrato, il quadratojugale, l'epijugale, il lacrimale e la regione orbitale dotata di corno sopra orbitale.
Ricombinato in T.utahnensis da Lawson nel 1976 esso si distingue dalla specie tipo nell'avere squamosale relativamente più corto e squadrato (in T.latus esso è triangolareggiante) e base delle corna orbitali insolitamente espansa oltre che da squamosa le privo di barra mediale ispessita lungo la sutura parietale e parietale dotato di epipatietale sulla linea mediana (Hunt e Lehman 2008).
USNM 15583 attualmente considerato l'unico esemplare di T.utahnensis (dopo Sullivan et al. 2005, anche se altri due esemplari provenienti dal Texas potrebbero appartenere a questa specie) potrebbe essere relativamente più antico di Torosaurus latus proveniendo da strati datati 70/66 milioni di anni fa e potrebbe mettere in crisi le similitudini tra distribuzione stratigrafica e geografica delle due maggiori specie di Chasmosaurini Maastrichtiane nordamericane.

martedì 23 luglio 2013

A Testa Bassa

Eccoci giunti al centesimo post di questo blog!
Per l'occasione ritorno su un argomento già trattato in precedenza, ossia la funzione della caratteristica cupola ossea tipica di Pachycephalosauria.
Nell'ultimo post dedicato all'argomento ed  interamente incentrato su di una cupola aberrante proveniente dal Montana e descritta da Farke et al. (2012) (http://lucertoleterribili.blogspot.it/2013/03/botte-da-orbi-e-pachycephalosauri.html), scrissi come
ulteriori analisi effettuate su di un ampio campione fossile avrebbero potuto rendere un quadro plausibile dell' etologia di questi animali, e bene questo mese Peterson et al. pubblicano un articolo in cui espongono i risultati degli studi effettuati su 109 cupole fossili attribuibili a diversi generi di Pachycephalosauri.
Dallo stesso emerge che il 22% delle cupole presenta segni di Osteomielite (un infezione ossea tipicamente conseguente a traumi esposti) o segni di ferite recanti tracce di successiva guarigione, e di conseguenza non interpretabili come artefatti tafonomici.
Gran parte di esse si concentrano sulla superficie dorsale o lungo gli ispessimenti della cupola, e come sottolineato dagli autori la distribuzione delle ferite non è casuale.
Confrontandole infatti con quelle presenti sui crani degli attuali ovidi atti al combattimento testa a testa si notano forti somiglianze tra le depressioni ed i crateri presenti sulle cupole fossili ed i segni delle ferite presenti sui crani degli ovidi viventi, caratteristica che sosterrebbe una similitudine nell'etologia di questi animali*.
L'articolo inoltre mette in luce un secondo punto molto interessante, ossia come le ferite siano percentualmente molto più diffuse negli individui aventi cupola completamente formata, mentre negli esemplari aventi testa piatta o cupola abbozzata tali aberrazioni siano completamente assenti suggerendo che solo una ristretta cerchia di animali (probabilmente i maschi adulti anche se non è possibile escludere che fossero le femmine se i Pachycephalosauridi fossero stati poliandrici) utilizzassero tali strutture, e che di conseguenza esse avessero funzione di agonismo intraspecifico.
La percentuale di infortuni riscontrata è la più alta fra quelle rinvenute tra i cladi considerati propensi a comportamenti di sfida intraspecifica, rafforzando l'ipotesi che la cupola fosse attivamente usata come arma, tuttavia è plausibile pensare che spesso gli scontri si esaurissero in dimostrazioni di forza con la cupola utilizzata a scopi di ostentazione al fine di diminuire la possibilità di restare feriti in scontri fisici.
Ad ogni modo i dati emersi dall'articolo supportano in modo forte l'utilizzo attivo della cupola da parte di numerosi generi di sauri dalla testa a cupola invertendo il trend delle ipotesi riguardante tale complessa struttura.

*Metto le mani avanti, in questo caso vengono  confrontate le strutture craniche dei Pachycephalosauridi e degli ovidi per plausibile analogia funzionale e conseguente similitudine nella morfologia dei traumi, non vi è nessun tipo di inferenza comportamentale basata sui mammiferi e "trasferita" ai dinosauri.

Sotto- Esempi di aberrazioni presenti nelle cupole frontoparietali (immagine aggiunta a puro scopo didattico).

La bellezza di Oviraptor: Pavoneggiamento

Quest'anno sono stati pubblicati due articoli interessanti riguardanti la funzionalità biomeccanica delle code dei theropodi prossimi ad Avialae, rispettivamente pubblicati da Persons et al. e Pittman et al.
Da essi risulta che mentre la morfologia delle lunghe code dei Dromaeosauridi appare progettata come uno stabilizzatore dinamico atto a spostarsi lateralmente per controbilanciare il peso dell'animale, le corte e caratteristiche code presenti in Oviraptotosauria sembrano essere strutturate per scopi diversi.
Le prezigapofisi corte e larghe unite ad un corto centra vertebrale presenti sulla coda infatti avrebbero permesso ad essa un'ampia gamma di movimenti, sia lateralmente che verticalmente.
Inoltre la morfologia caudale appare adatta all'ancoraggio di forti muscoli, utili per scuotere energicamente la coda e per irrigidire attivamente la stessa.
Tali caratteristiche, unite alla presenza di un pigostilo (struttura costituita dalla fusione delle ultime vertebre caudali che negli uccelli sostiene le penne timoniere) suggeriscono che la coda degli Oviraptorosauri fosse progettata per sostenere fronde di piume terminali facendo uso attivo dell'elevata mobilità articolare per produrre una vasta gamma di movimenti display, affini a quelli oggi utilizzati dagli uccelli durante il corteggiamento.

Sotto-  Pavo cristatus e Similicaudipteryx yixianensis durante il rituale di corteggiamento.

lunedì 22 luglio 2013

Tyrannosaur plumage

Eccomi di nuovo in auge sulle pagine di questo blog cari lettori, è da qualche tempo che non soddisfò il vostro paleo-appetito eh ?
Ritorna un questo post un "must" di questo blog, una nuova superba tavola ritraente un esemplare di Tyrannosauride dall'Alberta in tutto il suo piumato splendore.
L'animale naturalistico ed ottimamente ritratto nel suo ambiente, all'interno del quale si amalgama apparendo in grado di mimetizzarsi e nascondersi tra la vegetazione innevata al fine di favorire l'attività predatoria.
Ancora una volta una tavola pregiata che si pone al di fuori dei canoni standard che pervadono le restaurazioni dei Tyrannosauridi, e che (molto) probabilmente rendono maggior giustizia a questi animali.

Sotto- La splendida tavola di Philip 72

sabato 13 luglio 2013

Paleodieta

Mallon e Anderson (2013) pubblicano un interessante articolo riguardante il partizionamento delle nicchie ecologiche all'interno della Dinosauri Park Formation (Campaniano, Alberta), soffermandosi sulla dieta dei grandi erbivori della formazione.
Gli autori, applicando metodi morfometrici classici ai crani di diversi generi di tre grandi famiglie di megaerbivori, Ankylosauria, Ceratopsidae e Hadrosauridae, giungono ad interessanti conclusioni riguardo la plausibile ecologia degli animali.
Infatti mentre non emergono prove di partizione alimentare all'interno delle stesse sottofamiglie (motivo per cui probabilmente le sovrapposizioni di taxa di un'unica sottofamiglia in un soli strato sono relativamente rare), i dati della ricerca mostrano come sia possibile individuare ecologie diverse per gli animali delle diverse famiglie, sia come all'interno delle stesse esistano ripartizioni alimentari, probabile chiave della diffusione e del successo dei taxa.
In particolare l'ecomorfologia suggerisce che gli Ankilosauridi possedessero un morso debole, e che fossero idonei a mangiare piante basse relativamente tenere, lasciando gli arbusti più coriacei agli esponenti della loro sister-family Nodosauridae, dotati di un morso più forte e di conseguenti strutture craniali atte a dissiparne lo stress.
Situazione analoga la ritroviamo anche all'interno di Ceratopsidae, dove a fianco di una maggiore forza del morso (dovuta alla generale morfologia del cranio) gli esponenti della sottofamiglia Centrosaurinae appaiono meglio adattati ad una dieta composta principalmente da vegetazione coriacea a causa della maggiore altezza relativa del cranio rispetto a Chasmosaurinae, seppur entrambe le sottofamiglie appaiono adattate a foraggiare dal luvello del terreno fino ad oltre un metro d'altezza, ben oltre il limite individuato per Ankilosauria, i cui esponenti erano costretti a nutrirsi vicino al suolo.
Per quanto riguarda Hadrosauridae la morfologia cranica suggerisce vantaggi mandibolari meccanici simili a quelli riscontrati in Ceratopsidae, tuttavia la dimensione totale del cranio dei "becchi d'anatra" suggerisce una forza del morso minore rispetto a questi ultimi.
Inoltre entrambe le sottofamiglie, Hadrosaurinae e Lambeosaurinae si presentano capaci di brucare fino a quattro metri di altezza, ben oltre la portata di qualsiasi esponente delle famiglie sopradescritte.
Nonostante non emergano prove che una delle due sottofamiglie fosse meglio attrezzata rispetto ad un altra per nutrirsi diversi metri sopra il livello del suolo pare che gli Hadrisaurinae fossero meglio adattati a nutrirsi di vegetazione coriacea.

venerdì 12 luglio 2013

Qualcosa di Nuovo

Finalmente una tavola ritraente Ornithopodi attivi, e non destinati ad essere foraggio per il theropode di turno.
Nel caso specifico una coppia di maschi della specie Altirhinus kurzanovi (Norman 1998) si sfidano in un duello testa a testa, privando Marginocephalia del monopolio sulle cozzate paleoartistiche!
L'artista Sergey Krasovskly (Atrox 1 on Deviant Art) possiede uno stile affermato, e molto particolareggiato, e consiglio a tutti i miei lettori di spendere un po' di tempo sfogliando la sua galleria, non ve ne pentirete.

Sotto- La splendida (ed originale!) opera che solleva gli Ornithopodi dal loro classico ruolo di prede.