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giovedì 4 luglio 2013

La Fine di un Mito: C'era una volta Spinosaurus

In un post precedente prettamente personale condivisi con voi -cari lettori- una restima del cranio di Spinosaurus, basandola sul rostro esposti al museo naturale di Milano (in modo particolare sul premascellare) e "completandola" (detto così è assai riduttivo) con la regione orbitale e postorbitale di Irritator, spinosaurude filogeneticamente affine a Spinosaurus e di cui è noto il cranio più completomattualmente in nostro possesso attribuibile al clade.
La stima risultante si avvicinava molto ai 150 cm, e (come previsto) generò una valanga di commenti.
Nel tentativo di moderare la discussione feci una mezza promessa dicendo che, se avessi avuto tempo, avrei realizzato una versione HiFi della mia ricostruzione tentando di minimizzare l'errore relativo (comunque ineliminabile).Scrivendo quel commento  mai avrei pensato che tale operazione sarebbe stata compiuta da un autorità delle ricostruzioni scheletriche, Scott Hartman (Shartman on Deviant Art).
Invece dopo un interessante scambio di opinioni tra me ed il paleontologo riguardo MSNM V4047 (avvenuto su Skeletal drawing) è stato lo stesso Mr. Hartman a realizzare la ricostruzione (basata oltre che sullo stesso rostro milanese ed Irritator anche su alcune fotografie di esemplari attribuiti a Spinosaurus non ancora pubblicate), la quale anche in questo caso non raggiunge i 160 cm.
Esatto, il blasonato cranio di 175-200 cm non trova il minimo riscontro neppure in questa ricostruzione, nella quale tocca i 158 cm ( previsto seppur come limite massimo anche nella mia ricostruzione).
Ma non è tutto!
Il paleontologo italiano Andrea Cau sul suo blog "theropoda" ha riproposto la medesima ricostruzione (giungendo anch'esso ad un risultato assai lontano dal super-cranio, e compreso tra i 130 ed i 145 cm) ma, elemento assai più importante, ha dimostrato utilizzando Tyrannosaurus e Nanotyrannus come taxa di controllo come tale estrapolazione sia effettivamente verosimile per quanto riguarda una mera estrapolazione dimensionale, risultando invece carente nel fornire un ritratto plausibile della morfologia craniale dell'animale.
L'ultimo post riguardante le dimensioni del cranio di Spinosaurus lo conclusi dicendo che la mia estrapolazione non portava a nessun eclatante cambiamento (per quanto non supportasse la teoria del Megaspinosauro), questa volta voglio essere ottimista sperando che l'ottimo lavoro dei due paleontologi citati possa essere canale di una diffusione seria e matura della paleontologia e possa comportarsi da "filtro" scremando stime ed ipotesi prive di fondamento.

Naturalmente non posso che consigliare a tutti voi di leggere i post pubblicati da Andrea Cau su "Theropoda.blogspot" (molto dettagliati ) e di ammirare le ricostruzioni di S. Hartman presenti su "Skeletal drawing".

venerdì 22 febbraio 2013

Lo Squalo del Sud... tra speculazione e realtà

Che il sensazionalismo sia una costante della diffusione della paleontologia è un dato di fatto, e spesso esso si (im)pone al di sopra di ogni aspetto della ricerca scientifica, risultando agli occhi del grande pubblico come il fine ultimo di una pubblicazione.
Prendiamo come classico esempio il vostro Carcharodontosauride sudamericano preferito, Giganotosaurus carolinii, esso è "importante" e "famoso" solo in relazione a Tyrannosaurus rex, e solo quando è presente una bella scala dimensionale che lo rappresenta più grande del teropode nordamericano (vissuto oltre trenta milioni di anni dopo di lui) ed ampiamente più grosso, duro e arrabbiato di quanto l'animale fosse in realtà.
Pochi sono interessati alle implicazioni che il taxa ha sulla distribuzione geografica e temporale dei Carcharodontosaurudi, nonostante essi furono probabilmente i grandi predatori di maggior successo del Cretaceo medio-inferiore, eppure molti diffondono ciecamente le stime dimensionali (errate) di Calvo e Corsia di dieci anni fa, alimentando inutili focolai di sensazionalismo.
Ora suppongo di dover argomemtare la mia affermazione riguardo le dimensioni approssimate (naturalmente per eccesso) per il terode della Patagonia, e lo faccio iniziando a parlare del cranio dell'animale.
Di esso è stato detto praticamente di tutto, e ne esistono diverse repliche esposte in vari musei del mondo, che tuttavia presentano diverse inesattezze, frutto dell'alto tasso di speculazioni necessarie a completare un cranio noto solo per pochi frammenti ossei.
Su tutte spicca un eccessiva inclinazione caudale dell'osso quadrato che crea una finestra temporale ipertrofica ( http://theropoda.blogspot.it/2009/04/miti-e-leggende-post-moderne-sui_10.html), ma non solo, in molte ricostruzioni (escluse alcune delle più recenti) l'intero cranio appare quasi compresso, basso ed inverosimilmente allungato, per cui anche la finestra antiorbitale risulta infinitamente lunga e morfologicamente molto diversa da quella di qualsiasi altro allosauroide.
Sulla base di questi dati è quindi possibile affermare che la stima più probabile per il cranio di Giganotosaurus  deve aggirarsi intorno al metro e trenta o al metro e quaranta, in linea con il range dimensionale dei crani degli altri carnosauri giganti e molto più plausibile di un iperbolico cranio di un metro e ottanta.
Ma non è tutto, un altro elemento spesso citato a favore della tesi di un Giganotosaurus dalle dimensioni leviataniche è un femore attribuito al genere lungo 143 centimetri, il più lungo attribuito ad un teropode, che tuttavia non appare massiccio ma snello ed allungato, molto simile a quello attribuito a Carcharodontosaurus (e ciò non stupiscie dato il grado di parentela degli animali) adatto a sopportare un peso di cinque/sei tonnellate (in accordo con "Theropod database") e probabile indicatore di un animale relativamente agile più che di un teropode dalle dimensioni da record.

Sotto- Ricostruzione scheletrica attendibile di Hartman (2012) e ricostruzione di cranio ( si  notino le dimensioni esagerate della finestra temporale e della finestra antiorbitale).

mercoledì 30 gennaio 2013

Ma che vertebre grandi che hai !

Il mito del super-sauropode è un leitmotiv che accomuna paleontologi e paleoappasionati sin dal secolo scorso; tanto che il fascino esercitato dai primi ritrovamenti fossili di dinosauri derivava proprio dalle loro dimensioni.
Non stupisce quindi che anche oggi uno dei topic più dibattuti riguardi proprio l'individuazione del "gigante tra i giganti", con diverse correnti di pensiero che individuano il più grande animale che abbia mai calcato il suolo terrestre in questa o in quella superfamiglia di sauropodi.
In generale comunque uno dei candidati più papabili a divenire l'icona del gigantismo mesozoico è Amphicoelias fragillimus, un diplodocoide proveniente dalla Morrison Formation descritto da Cope nel 1878.
Come molti altri giganti però A.fragillimus è noto solo per pochissimi resti, e nel caso particolare solo per un arco neurale, ossia la parte posteriore di una vertebra,  attribuibile, per la sua morfologia, alla nona o decima vertebra dorsale (le più grandi presenti nei sauropodi)
L'arco neurale in questione tuttavia presenta dimensioni da record, con un'altezza di 1500 millimetri, ed una conseguente dimensione dell'intera vertebra stimata intorno ai 2700 mm.
Inoltre, a causa della laminazione della vertebra (tipica dei grandi sauropodi) e delle scarse possibilità di preservazione dei fossili nell'800 il reperto si sgretolò, e tutto ciò che ci resta di A.fragillimus sono riproduzioni su carta dell'arco neurale associato e gli studi condotti da Cope.
Sulla base di questi scarsissimi elementi la stessa appartenenza del reperto al genere Amphicoelias è dubbia.
La specie tipo di tale genere infatti è Amphicoelias altus (Cope 1878), un diplodocoide fortemente affine a Diplodocus dal quale differisce per limitate caratteristiche morfologiche degli arti, tra cui un femore lungo e sottile avente sezione tondeggiante e zampe anteriori proporzionalmente più lunghe.
Le informazioni ricavabili dalla specie tipo quindi non permettono una classificazione ottimale del reperto, inoltre il paleontologo Andrea Cau inserendo le informazioni relative ad A.fragillimus nell'analisi filogenetica di Withlock del 2011 ( http://theropoda.blogspot.it/2012/01/amphicoelias-fragillimus-e-un.html) ha ottenuto un risultato politomico, che presenta molteplici percorsi di classificazione della specie.
Basandosi sul luogo di ritrovamento e sull'età del fossile (Colorado/ Giurassico superiore) però è plausibile ipotizzare che esso sia appartenuto ad un colossale esemplare di Diplodocus longus (= Seismosaurus hallorum- vedi post precedente), stimabile intorno ai 40/45 metri di lunghezza (variazione dovuta alla collocazione della vertebra come nona o decima dorsale)sulla base del femore di Diplodocus, più corto rispetto al corrispettivo di A.altus come precedentemente citato.
Se così fosse anche le stime riguardanti il peso dell'animale dovrebbero essere ribassate sulla base della tipica costituzione leggera di Diplodocus e la presenza nel loro scheletro di sacche d'aria atte ad alleggerirli.
I resti fossili attribuiti a Seismosaurus ed Amphicoelias sarebbero quindi le uniche testimonianze giunteci dal Tempo Profondo della più lunga specie animale che abbia mai camminato sul nostro pianeta, ospitata 150 milioni di anni fa nell'area dell'attuale Colorado.

Sotto-L'arco neurale di Amphicoelias fragillimus